Intervista al Prof. Gilberto Poggioli (*)

July 22, 2020

(*) Il Professore Gilberto Poggioli è ordinario di Chirurgia Generale presso l'Università di Bologna. Capo della Divisione di Chirurgia Generale dell'Ospedale Universitario Sant'Orsola-Malpighi di Bologna. Direttore della Scuola di Specializzazione Chirurgia Generale. Ha una ottima competenza in chirurgia generale, in particolare nelle procedure addominali sia con approccio laparotomico che mininvasivo. Interessi speciali sono rappresentati dalla chirurgia oncologica e dal trattamento chirurgico delle malattie infiammatorie intestinali. Ha un’ampia esperienza nel trattamento di carcinomi o metastasi addominali (resezioni epatiche, pancreasectomie, gastrectomie o gastroresecuzioni), con particolare attenzione ai carcinomi dell'intestino tenue, del colon-retto e dell'ano e poliposi ereditaria o carcinoma colorettale ereditario familiare con una competenza approfondita nelle procedure di conservazione dello sfintere della sacca pelvica. Ha una esperienza a lungo termine nel trattamento di malattie infiammatorie intestinali come diverticolite, morbo di Crohn e colite ulcerosa. Ha una vasta conoscenza del trattamento dei pazienti con malattia di Crohn con oltre 1200 procedure eseguite tra cui interventi chirurgici resettivi e di risparmio intestinale. Ha un’ampia esperienza nel trattamento di pazienti con colite ulcerosa con oltre 950 proctocolectomie restaurative eseguite. Come Professore ordinario di Chirurgia Generale presso l'Università di Bologna è titolare di diversi insegnamenti nella Scuola di Medicina e nelle Residenze Mediche. Professore e tutor in numerosi corsi di aggiornamento incentrati sul trattamento dell'IBD per chirurghi e gastroenterologi. Ha maturato una esperienza pluriennale nella ricerca clinica, in particolare sulla chirurgia della malattia infiammatoria intestinale e del cancro del colon-retto con quasi 300 articoli pubblicati in riviste di peer review o presentati in congressi nazionali o internazionali. È Membro della Società Italiana dei Chirurghi, della Società Italiana di Gastroenterologia, della Società Italiana di Chirurgia Colo-Rettale, del gruppo italiano per lo studio della malattia infiammatoria intestinale, della European Society of Coloproctology e della European Society of Digestive Surgery. Infine, il Prof. Poggioli ha avuto numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali e ha curato diverse pubblicazioni scientifiche.

 

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D. Professor Poggioli, quali sono state le iniziative adottate dal suo dipartimento, direi in modo decisamente brillante, per affrontare la crisi pandemica?

R. In quel momento e in quella situazione di estrema emergenza sanitaria mi sono comportato esattamente come si dovrebbe fare, per esempio, in tempo di guerra. Mi spiego meglio per non essere frainteso. Quando scoppia una guerra e si opera sul campo, si utilizzano tutte le disponibilità presenti in quel momento che ti aiutano a fare un intervento: per esempio, l'infettivologo piuttosto che l'anestesista. È chiaro che non operano direttamente loro, perché opera il chirurgo, però tutti si sono prodigati a dare una mano. In questa particolare situazione di emergenza sanitaria, ho adottato una diversa strategia coinvolgendo sia i chirurghi, sia gli specializzandi che, come direttore di specialità, inizialmente avevo chiesto una partecipazione volontaria. Devo dire, e mi fa piacere ricordarlo, che tutti gli specializzandi hanno aderito senza remore, rischiando al pari degli altri; anche se, a onore del vero, nel nostro reparto di chirurgia, il materiale protettivo, per fortuna, non è mancato. Volendo essere ancora più preciso, abbiamo fatto e ci siamo comportati da dottori, ovviamente facendo i gregari che, com’è noto, normalmente i chirurghi non sono abituati a fare i gregari. Abbiamo cioè contribuito a dare una mano in una situazione di grave emergenza sanitaria, assieme agli urologi o altre specialità che con la terapia intensiva non hanno nulla a che fare. Intendo precisare che per i casi più gravi c’era sempre uno specializzando più anziano, esattamente come quando si è in guerra. Sempre per fare un esempio in stato di guerra, quando sei in battaglia e devi amputare una gamba, prendi due che ti tengono la gamba mentre tu amputi. È un esempio forte ma utile a far capire lo stato in cui ci siamo trovati. Per essere ancora più chiaro, c’è stata da parte di tutti la consapevolezza che nessuno si poteva tirare indietro. Questo è quello che è avvenuto, è questo è quello che ha salvato il sistema sanitario, diversamente rischiava di collassare.  Com’è noto, le sale operatorie sono state trasformate in rianimazioni e devo dire che ci siamo messi tutti a disposizione con una risposta clinica decisamente brillante da parte di tutti. Sono consapevole e orgoglioso di dire che non ho visto nessuno tirarsi indietro.

 

D. Professore questo le rende onore, perché non sta parlando solo del suo reparto ma di tutti i chirurghi in generale. 

R. In effetti è quello che penso realmente; parlando di tutti i chirurghi in generale, ho voluto comprendere ginecologi, pediatri, urologi, eccetera, perché questo è il settore che conosco meglio ed è giusto che venga dato atto che in tale situazione di grave emergenza sanitaria, ognuno di questi ha fatto quello che era giusto e poteva fare: il dottore come in tempo di guerra.

 

D. Professore, ripensando al modo con cui ha affrontato l’emergenza sanitaria nel suo reparto, quali sono state le difficoltà che ha riscontrato durante la maggiore affluenza di ricoverati?

R. Abbiamo avuto due tipi di problemi “grossi”: il primo legato al covid-19, perché all’inizio della pandemia eravamo protetti e coperti ma non si facevano i tamponi, grande battaglia che ho combattuto assieme a tutti. Ricordo che il 12% degli infettati in Italia appartiene al personale sanitario, Questa percentuale è stata fornita dello stesso ministero della salute; ciò vuole dire che all’inizio abbiamo rischiato molto perché i tamponi si facevano agli ammalati e a quelli più gravi; poi abbiamo incominciato a scremarli e a capire chi dovevamo effettivamente isolare. Questo per quando riguarda il primo punto legato al covid-19. Il secondo problema che ho dovuto affrontare, come tutti i miei colleghi, per quanto la gente avesse paura, è stato il rapporto con i pazienti; le porto l’esempio di un paziente con un cancro dell’esofago. Ebbene, in quell’occasione, il paziente mi ha detto: professore, preferisco morire di cancro e non di covid-19. Quello che intendo dire e che comunque le altre malattie non erano sparite, c’erano e abbiamo dovuto fare di necessità virtù. Poi, pian pianino, abbiamo recuperato spazio e siamo rimasti al Sant’Orsola con un piano per tutte le chirurgie. L’urologia è stata ammessa a Villa Regina, il Toniolo ci ha dato una mano, Villalba la sta dando ancora, si è fatto di necessità virtù e il privato difronte a questa emergenza ci ha dato una mano.

 

 

 

D. Professor Poggioli, ripensando al periodo di emergenza sanitaria ci sono cose che rifarebbe o non rifarebbe? 

R. Per quanto riguarda il mio dipartimento ritengo, insieme a tutti gli operatori di reparto, che le azioni intraprese erano le uniche che si potessero assumere in quel momento.  Ricordo che siamo stati tra i primi a rendere obbligatorio il tampone, per quelli che entravano in chirurgia; ma soprattutto siamo stati molto duri con i parenti. Capisco che tale decisione è stata una cosa dolorosa, ma riteniamo che sia stata la soluzione migliore per tutti e ancora adesso non facciamo entrare i parenti in reparto. Bisogna anche dire che in questo la Regione e l’Azienda ci siano venute incontro, perché è facile capire che con un caso di covid-19 in una stanza a tre letti, i letti persi diventavano nove letti per effetto dell’isolamento. Ecco questa è una cosa che non rifarei, anche se è stato duro soprattutto per i parenti. E anche se abbiamo cercato di spiegare i motivi di tale precauzione è innegabile che qualche incomprensione c’è stata. Ma questo ci ha permesso di salvare molte vite: il reparto chirurgico è pieno di drenaggi, tubi e altre applicazioni che lo rendono molto delicato. Pertanto, riconosco che siamo stati duri, ma ritengo giusti. A conferma di quanto ho appena detto, la nostra strategia e le nostre azioni, sono state copiate da tutto il resto dell’Italia. Tant’è vero che sono state redatte come linee guide per l’accesso alle terapie intensive e, col senno di poi, ritengo che non fare entrare i parenti sia stata una decisione giusta anche se dolorosa. Per quanto riguarda la domanda “cosa non rifarei”, onestamente non lo saprei dire. A mio avviso, a livello nazionale, il sistema ospedale ha retto bene, almeno per quanto riguarda le regioni del nord, regioni che conosco bene. Bisogna dire anche che Bologna non ha avuto un’infezione drammatica come la Lombardia, però negli ospedali, quello che dovevamo fare è stato fatto, con diligenza e coscienza. Qualcuno pensa che forse all’inizio abbiamo ricoverato troppo, ma, onestamente, in una situazione drammatica come quella che abbiamo vissuto, come si fa a dirlo?

 

D.  Professore, per finire, quali sono le prospettive immediate e future del covid-19?

R. Per quanto riguarda il nostro lavoro, per il momento preferisco non esprimermi. Poi, siccome stiamo operando con pochi letti e molto lavoro, le prospettive immediate coincidono perfettamente con le azioni già adottate. Comunque, ritengo che la situazione in atto resterà immutata fino a tutto il 2020. È inutile farsi delle illusioni. Per quanto riguarda più specificatamente il covid-19, ritengo che troppa gente stia parlando di tutto e di più senza un minimo di certezza. Per esempio, è venuto fuori un lavoro che afferma che i raggi ultravioletti uccidono il virus, ciò vorrebbe dire che andare al mare si è sicuri. Ma allora mi chiedo, come mai il massimo dell’infezione è in florida dove ci sono 42 gradi? Ecco, in questo caso bisognerebbe avere il coraggio di dire non lo so.

 

 

Grazie Prof. Poggioli. Grazie per avermi dedicato parte del suo tempo prezioso e grazie per quello che ha fatto e che sta facendo per i contagiati e i malati in generale. L’aspettiamo per una Lectio Magistralis da tenere in esclusiva per i soci della Compagnia dei Semplici. Buon lavoro.

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