La Comunicazione ai tempi del Covid-19. Una prospettiva filosofica

April 8, 2020

 Pregiatissimo Presidente,

mi chiamo Enea Lombardi e sono uno studente al primo anno di Filosofia, presso la prestigiosa Università di Bologna. Le scrivo con la speranza di richiamare la Sua attenzione su una breve riflessione filosofica epistolare, che le trasmetto di seguito, riguardante la "comunicazione ai tempi del Covid-19. Una prospettiva filosofica".

 

"L’attualità, non è un segreto, è preda dell’atrofia comunicativa ormai da diversi anni, almeno a partire da quella che viene a buon diritto definita la quarta rivoluzione, con l’avvento del digitale ed ancor più delle ICT (Information and Communications Technology). Atrofia che si origina intorno al concetto cardine della rivoluzione di cui siamo spettatori: l’attenzione. Tra quella ricevuta e quella prestata, l’attenzione è sicuramente una delle categorie interpretative più consone per avvicinare il fenomeno digitale degli ultimi anni, ma ancor più decisiva attualmente mi pare essere la nozione di evento. Causa quarantena, esiste infatti un unico mezzo per poter comunicare all’infuori della sfera domestica, ovverosia mediando la comunicazione attraverso strumenti tecnologici quali messaggi, post resi pubblici sulle piattaforme dei vari social networks e la rivelazione del momento: le videochiamate.

Ai tempi del Covid-19 la comunicazione si trasforma in evento. Dalle attesissime dirette Facebook del primo ministro alle videochiamate di gruppo, la cifra identitaria di questa quarantena (nella sua declinazione propositiva, è chiaro) è la comunicazione, e tale è la portata di questo fenomeno da riscontrare molteplici reazioni: c’è chi scopre per la prima volta queste tecnologie rettiliane e si lascia travolgere dal brivido adolescenziale della novità, celebrandone l’innovazione e la comodità; o chi, riluttante verso una comunicazione giudicata snaturata e svuotata di reale consistenza, rimane ancorato alle buon vecchie telefonate, dimentico del reale flusso e (idolatrato) progresso delle tecnologie, tale per cui chiunque avrebbe potuto esprimere un simile giudizio in merito all’uso del telefono nei primi anni del ‘900. Celebre è a questo proposito l’aneddoto su Platone, il quale ancora nell’Atene del V sec. a.C. lamentava i danni provocati alla memoria dall’introduzione della scrittura, manifestando così una risposta reazionaria all’innovazione tecnica. Anche se probabilmente fantasioso, questo aneddoto evidenzia un grave rischio che si presenta dinnanzi alla disamina del quotidiano, un rischio che Nietzsche avrebbe descritto come il rifugiarsi nella storia antiquaria, cadendo in un conservatorismo polemico e abbacinante. Ma è proprio qui che acquista il proprio spazio la filosofia, la quale oltre che sul pensiero critico è imperniata su un atteggiamento radicalmente problematizzante, che non accetta la superficie ma assume la veste del palombaro per immergersi in profondità, armata di interrogativi mirati e quesiti a vasto raggio.

Per quanto riguarda il fenomeno comunicativo abbozzato sopra, tra idolatria e opposizione serrata esistono chiaramente diversi punti intermedi in cui si riconoscono verosimilmente la maggior parte dei fruitori. È però innegabile che per molti la videochiamata sia diventata un appuntamento più o meno fisso, più o meno importante, a cui può esser attribuito la categoria di evento, concetto pesante nella tradizione filosofica e di contestuale interpretazione, che ai fini di quest’articolo può essere definito, senza scomodare il vocabolario heideggeriano, come accadimento storicamente ed antropologicamente paradigmatico. Secondo questa opinabile e vaga definizione, l’evento è qualcosa che nel suo accadere si mostra storicamente rilevante e significativo per la “condizione umana”, tale da incidere nel tessuto relazionale inscritto nell’antropologia contemporanea, e da poter esser impiegato come metro di paragone, come paradigma per confrontare fenomeni successivi. Tra gli eventi più evidenti e unanimemente riconosciuti occorre annoverare esempi come la Rivoluzione francese, il primo allunaggio o l’avvento di Internet: eventi di fronte ai quali quello di cui si sta trattando rischia di esser derubricato come un riverbero del digitale. Questo è un giudizio frettoloso indotto da tre errori metodologici: in primis gli esempi sopracitati sono eventi almeno formalmente compiuti e realizzati, a differenza di questo che risulta in corso d’opera; in secundis, giudicare un evento sulla base del rumore sprigionato significa dimostrare di non aver compreso appieno la società in cui siamo immersi, tendente all’approssimazione, all’anestesia intellettuale e all’annichilimento delle tante voci a cui concede l’illusione di prender parola; occorre infine definire la sfera contestuale, ovvero quanto l’evento tenda a dispiegarsi in più dimensioni (storica, politica, sociale, psicologica, scientifica etc) oppure a permanere prevalentemente nella propria sfera, nel nostro caso quella comunicativa.

Ma in che termini la comunicazione è un evento? Fin dalla sua prima comparsa, la comunicazione è stata uno scambio di informazioni, prima a voce poi per iscritto e infine per via telematica. Senza sottendere alcuna valutazione dichiaratamente morale, mi pare evidente che ognuno di questi passaggi sia stato scandito da un evento. Occorre ammettere d’altra parte che la situazione attuale è diversa rispetto a qualsiasi altra in ambito comunicativo: è uno sconvolgimento per certi versi radicale, ma consapevolmente temporaneo. Da un lato corrisponde ad una estremizzazione della comunicazione telematica: presentandosi come un semplice parossismo di un sistema già esistente, rischia di passare in sordina come mera estensione di qualcosa di familiare. Dall’altro lato la consapevolezza della temporaneità del sistema stesso concorre a render arduo un giudizio definitivo e accurato. In ogni caso, alcuni dei tratti più significativi dell’evento certamente sono: selettività, in quanto non tutti sono disposti o hanno la possibilità di accedere agli appositi canali comunicativi; perdita parziale della comunicazione non verbale, pressocché inevitabile data l’estensione ridotta ed alienante del display dello smartphone o del monitor; unidimensionalità, poiché la comunicazione risulta spesso confinata in un preciso tempo e un preciso spazio; programmaticità, che può intaccare la genuinità della conversazione impossibilitata a dispiegarsi con naturalezza; variazione dell’abito mentale: se prima la comunicazione era (anche) un’apertura al mondo simbolicamente incarnata nell’ “uscire di casa”, ora rischia di presentarsi come una chiusura il cui emblema è il pigiama.

In definitiva, il fenomeno mi pare possa essere correttamente interpretato se inscritto nell’orizzonte dell’evento, o meglio dell’evento incompiuto: si giudica sempre a posteriori. Concludo suggerendo che, in attesa del giudizio ultimo e chiarificatore, occorre in questi giorni assumere non l’atteggiamento dell’antiquario né del fanatico, ma concedersi del tempo per districare il monito senza età del nosce te ipsum, conosci te stesso (anche mediante la reazione e il giudizio sulla telepresenza).

 

p.s. A scanso di equivoci, preciso che in questo breve articolo ho esaminato non il fenomeno della comunicazione in sé, chiaramente troppo vasto per esser disaminato in poche righe, ma una sua porzione piuttosto limitata quanto significativa: la telepresenza, incarnata nella sua manifestazione più diffusa, la videochiamata. Inoltre rimarco l’assenza di giudizi morali anche quando le parole solevano mostrare il contrario."

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